Con Graziano Galatone nel ruolo di Aramis abbiamo parlato del musical, in scena domani al Teatro Politeama di Catanzaro
La grande letteratura e la magia della musica si uniscono dando vita ad un musical mozzafiato, uno dei più belli ed intensi degli ultimi anni: “I Tre Moschettieri – Opera pop” ispirato all’omonimo romanzo di Alexandre Dumas. In tour per il secondo anno, lo spettacolo che porta la firma autorevole e inconfondibile di Giuliano Peparini per la direzione artistica e la regia, arriva in Calabria.
L’appuntamento è per domani, giovedì 30 ottobre, alle ore 21, al Teatro Politeama di Catanzaro all’interno del cartellone della XXII edizione del Festival d’Autunno. In scena un trio leggendario. A vestire i panni dei tre moschettieri sono, infatti, alcuni degli artisti considerati autentiche colonne portanti del musical italiano: Giò Di Tonno sarà Athos, Vittorio Matteucci Porthos e Graziano Galatone Aramis.
In vista dello spettacolo di domani abbiamo raggiunto al telefono proprio Graziano Galatone che ci ha raccontato il dietro le quinte dello spettacolo e dell‘intesa scenica unica che lo lega agli altri interpreti, cementata dall’esperienza che li ha visti protagonisti assoluti del musical da record Notre Dame De Paris e non solo.

Ciao Graziano, sei pronto per tornare sul palco?
Sì, ormai ci siamo sempre sul palco, sono prontissimo, la cosa è quasi giornaliera. Questo è il secondo anno che siamo in scena ma tornare in Calabria mi fa sempre piacere, io in Calabria ci vivrei perché mi piace tantissimo, amo proprio questa terra perché mi sono formato artisticamente in Calabria, quindi sono molto riverente e riconoscente ai cugini calabresi e alla Calabria.
E allora i cugini calabresi che cosa devono aspettarsi da “I Tre Moschettieri”?
Allora, per me è uno spettacolo per il quale il pubblico sarà più attento che coinvolto operisticamente. È uno spettacolo costruito veramente con molta attenzione perché I Tre Moschettieri è complicatissimo, quindi per raccontare tutta la storia e trascurare alcuni dettagli è stato complicato e mi accorgo che, alla fine, il pubblico “esplode”. Possiamo quindi parlare di un’opera a tutti gli effetti. Io dico sempre che se Puccini, Verdi e questi grandissimi compositori italiani dell’opera italiana avessero avuto a disposizione i mezzi che noi oggi abbiamo per fare musica avrebbero utilizzato le chitarre elettriche con i violini, avrebbero utilizzato tutta la tecnologia a disposizione che abbiamo oggi per continuare questa tradizione. E allora è giusto che ci siano degli autori che non si rifanno al musical tipico di Broadway, che è completamente una cosa distante dall’opera, e continuino a portare avanti appunto questa tradizione operistica italiana.
Visto in questi termini, quali sono secondo te i punti forti di questo spettacolo?
Ci sono dei brani molto, molto belli, molto forti, intensi. I brani di Richelieu sono qualcosa di veramente toccante, molto profondi. Diciamo che, come al solito, i ruoli cattivi sono sempre quelli più affascinanti rispetto a quelli dei buoni, in questo caso quello di D’Artagnan. Il brano “Parigi” è quello di punta de “I Tre Moschettieri”. Poi c’è un reprise bellissimo che canta Athos, riarrangiato, che è l’aria di Parigi riarrangiata però in modo molto più intimo. Una forza sicuramente di questo spettacolo è la musica, come deve essere perché tutto poi viene supportato da coreografie dinamiche di Giuliano Peparini.

Non posso non chiederti, com’è lavorare con lui? Qual è il valore in più che riesce a dare allo spettacolo?
Io Giuliano l’ho conosciuto con Lorenzo Il Magnifico e lì ho già capito che in lui c’era questa forza estetica improvvisata. Lui sì ha delle idee ascoltando le musiche. Io lo noto, lo osservo e sono anch’io un fan di Giuliano perché per me è veramente un’icona della danza e dello spettacolo moderno. Lui è sorprendente perché è lì che ti muove in base alla sua visione estetica: è chiaro che devono essere bravi gli attori e i ballerini a soddisfarlo perché bisogna avere anche una forza scenica importante, quindi muoversi bene, allenarsi, cercare di entrare nella sua mentalità che è dinamica, e quindi della bellezza scenica. Con lui è tutto equilibrato, è tutto forzatamente strano ma bello.
Come ti sei preparato per questo ruolo? E, se ti va di raccontarcelo, come ci sei arrivato?
Beh l’idea è nata dopo “I Promessi sposi” perché io, Gio e Vittorio ormai lavoriamo da tanto insieme, siamo un trio di fatto, ecco, userei questo termine, perché abbiamo sempre lavorato insieme, abbiamo fatto tutti i più grossi musical insieme. Era inevitabile che Gio proponesse “I Tre Moschettieri” come step successivo. Aveva già in mente di portare avanti la “nostra storia di trio” e io credo che la cosa funzioni, perché noi ormai in scena ci conosciamo bene, conosciamo i nostri movimenti, i nostri piccoli difetti scenici che riconosciamo solo noi ma allo stesso tempo sappiamo quali sono i pregi e i tempi scenici, quindi adesso anche senza guardarci ci muoviamo come se fossimo un corpo unico e questa è la forza dello spettacolo.
Per il mio ruolo in particolar modo, penso sempre e mi rifaccio a un personaggio unico e insuperabile che è scenicamente Charlie Chaplin. I tre moschettieri li abbiamo sempre conosciuti un po’ goliardici, un po’ seri, scherzosi, simpatici, allegri, ubriachi, no? Sono un po’ tutto questo ma sono comunque dei pionieri della giustizia. Ecco io ho sfruttato molto questo perché chi più di Charlie Chaplin ti dà la possibilità di essere malinconico e allo stesso tempo allegro e serioso? Per me Chaplin è l’icona da seguire quando mi approccio a determinati ruoli. L’ho fatto in Tosca, non l’ho fatto in Notre Dame perché lì è tutto scritto e nulla si può toccare, mentre dove ci sono ruoli per i quali i registi mi danno l’opportunità di giocare e di esprimermi, allora sta a te proporlo e convincere poi il regista che la cosa funziona.

Hai parlato della sintonia che c’è tra voi tre, avere loro due come “spalle” sicuramente è una marcia in più? Vi fa un po’ lavorare quasi come se fosse un corpo unico?
Sì, siamo un trio di fatto, un corpo unico, anche se purtroppo non è sempre così, a volte è capitato che mancasse uno di noi. Il pubblico che ci ha conosciuti con Notre Dame de Paris, ed è legato a quella immagine, ci conosce e penso che senza uno di noi non è la stessa cosa.
In chiusura, un consiglio al pubblico calabrese. Perché bisogna vedere questo musical?
Perché il teatro è importante, bisogna sostenerlo, diciamo che il teatro rispetto al cinema regge ancora di più, perché, come tu sai, con l’avvento delle piattaforme online il cinema sta morendo, mentre il teatro ha una forza, il teatro come tu sai, è l’unica cosa che non si può vedere su uno schermo, il teatro è vita. Allora il motivo, in primis, è questo, sostenere il teatro, e ammirarlo.

